Sto cercando da dieci giorni un trasporto che da Venezia, o da Mestre, mi porti a Cortina d'Ampezzo con la mia carrozzina elettronica, che non è pieghevole. Devo arrivarci per lavoro, in treno, e a oggi nessuno è ancora stato in grado di dirmi con certezza come ci arrivo.
Già scriverlo è assurdo. Non sto chiedendo un trattamento speciale. Sto cercando di fare una cosa normale: raggiungere un posto che da anni viene raccontato come modello di inclusione e di accoglienza internazionale. La realtà di questi giorni sono telefonate a ripetizione, numeri che mi rimbalzano da un ufficio all'altro, mezzi “forse disponibili”, silenzi. Intanto il tempo passa, e il punto non si sposta: nel 2026 una persona con una disabilità motoria complessa rischia di non riuscire nemmeno ad arrivare a Cortina.
Mi viene allora da chiedermi cosa sia rimasto di tutta l'accessibilità di cui si è parlato in questi anni. Perché Cortina e il Veneto sono stati il cuore di una narrazione enorme. Le Olimpiadi e soprattutto le Paralimpiadi Milano-Cortina dovevano essere il simbolo di un cambiamento culturale, con un'eredità concreta sul territorio. Ci hanno detto che avrebbero cambiato il modo di pensare la mobilità, il turismo, i servizi.
E allora dov'è, questo cambiamento? Perché se chi si muove in carrozzina elettronica non ha nemmeno la certezza di un collegamento tra la stazione e il paese, il problema è molto più grande di quello che si racconta. E non riguarda solo me. Riguarda chiunque continui a sentirsi dire che un territorio è “aperto a tutti” e poi scopra che, per entrarci, deve arrangiarsi.
La cosa più paradossale è questa: con la mia carrozzina arrivo in cima al Lagazuoi, oltre 2700 metri, ma rischio di non vivere Cortina perché manca un pezzo di strada tra la stazione e il centro. Posso stare a quota 2700, non posso fare in autonomia la tratta Venezia-Cortina. Il che dice tutto. L'ostacolo non è la montagna, non è il territorio, non è nemmeno la difficoltà tecnica. È la mancanza di organizzazione e di continuità nei servizi. È la distanza tra l'immagine pubblica dell'accessibilità e quello che le persone con disabilità vivono ogni giorno.
Le mappe inclusive, i video emozionali e le campagne istituzionali contano poco se poi una persona non riesce ad arrivarci, in quella località. L'accessibilità non è una brochure da esibire durante un grande evento. È poter salire su un treno sapendo che fino a destinazione il collegamento esiste e funziona. È poter lavorare e viaggiare senza passare le giornate al telefono per capire come muoversi. Quella che si accende quando ci sono le telecamere e si spegne appena finiscono gli articoli celebrativi non è accessibilità: è una vetrina. E da sola una vetrina non porta nessuno in cima alla montagna.
Per questo chiedo pubblicamente una presa di posizione chiara all'Amministrazione comunale di Cortina d'Ampezzo, alla Regione Veneto, all'assessore regionale al Turismo Lucas Pavanetto e al presidente Alberto Stefani, che la disabilità e l'inclusione le hanno messe più volte tra le priorità del territorio. Perché oggi la realtà racconta altro: che chi usa una carrozzina elettronica non ha la certezza di arrivare a Cortina da sola, che il collegamento tra treno e trasporto locale accessibile resta fragile o inesistente, e che tra la comunicazione delle istituzioni e la vita reale c'è ancora una voragine.
Forse sarebbe il caso di usare in modo più concreto i fondi dedicati all'incoming turistico e all'accessibilità del territorio. Perché l'accessibilità non può essere un investimento d'immagine al servizio della reputazione internazionale di un luogo. Deve essere un sistema reale, permanente, verificabile.
Io, intanto, una soluzione la sto ancora cercando. Ed è inquietante che proprio nel territorio simbolo delle Paralimpiadi una giornalista e attivista per i diritti delle persone con disabilità debba ancora chiedersi se riuscirà, semplicemente, ad arrivare.
Valentina Tomirotti
Giornalista e attivista per i diritti delle persone con disabilità