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SuperG, un'occasione sprecata

Lettere al giornale

23/12/2025

Gentile Direttore,

partiamo dal centro di Cortina: cielo blu, aria tersa, la classica giornata che ti fa venir voglia di conquistarti la montagna passo dopo passo. 1100 metri di dislivello, sudore, silenzio, bosco, fatica vera. Quella che, da almeno cinquantacinque anni, associo alla parola rifugio.

Raggiungiamo Baita Fraina, poi dentro il bosco, Val Orita, su fino alle antenne del Faloria. Fin qui tutto bene. La montagna è ancora lì, per fortuna non ancora ristrutturata. Poi si scende verso il nuovissimo SuperG, appena inaugurato, annesso alla stazione della funivia. Un “rifugio”. Almeno così lo chiamano.

Entro con curiosità. La vecchia ski room non esiste più, ma le panche sì. Fa caldo, tutto sembra familiare. “Dai, non è cambiato poi così tanto”, penso ingenuamente. Salgo le scale: muri neri, luci soffuse, una scritta gigante che dice Meraviglioso. Mi chiedo se per caso non abbia sbagliato porta e sia finito in un club privé. O peggio, in una dark room d’alta quota. Ma no, è proprio il rifugio.La ragazza, gentilissima, in felpa SuperG d’ordinanza, mi spiega che per “quella roba lì” devo scendere al bar. Qui sopra si fa solo gourmet. Se non stappi almeno un paio di bottiglie di Giulio Ferrari Riserva del Fondatore, sei fuori contesto.

Quello che una volta era uno spazio semplice, diviso tra self service rumoroso dei bambini delle scuole sci e un ristorante con grill a vista, oggi è un mix tra Aspen, Porto Cervo e il rooftop di un grattacielo newyorkese. Schermi giganti, salotti con poltrone, ristorante gourmet, saletta privata con vetrate piene di Dom Perignon, boutique con gadget SuperG, cantinette colme di forme di Grana Padano (finte), specchi ovunque e, ancora, quella scritta: Meraviglioso.
Meraviglioso cosa, esattamente?
Sembra un locale pensato per oligarchi russi in pausa dallo yacht, non un rifugio di montagna. Chiedo, con educazione:
“Scusi, per una birra e un panino devo presentare l’ISEE o posso averli?”
La ragazza, gentilissima, in felpa SuperG d’ordinanza, mi spiega che per “quella roba lì” devo scendere al bar. Qui sopra si fa solo gourmet. Se non stappi almeno un paio di bottiglie di Giulio Ferrari Riserva del Fondatore, sei fuori contesto.

Scendiamo. Il bar è bello, per carità. Ma il banco ricorda più l’area di servizio “Cervada Est” che un rifugio alpino. Ordino un panino speck e brie e una media. Mangio, bevo, pago.

Ma noi volevamo altro. Due uova con lo speck e le patate. Un piatto di canederli. Cibo da montagna. Quello che ti fa sentire appagato della salita, non del conto. Quello che sa di legno, di fatica, di neve. Non di après-ski.
Oggi pare non esistano più “rifugi per vecchi”, ma solo “locali fashion” per un turismo che della montagna non riconosce nemmeno le cime. La montagna come sfondo, non come esperienza.

Peccato, SuperG. Un’occasione sprecata.

E un’altra parola – rifugio – svuotata di significato.

Cordialmente,
un frequentatore della montagna, non dei salotti

Francesco Mattucci