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Parla il Parroco don Davide Fiocco

Luca Dell'Osta - Giacomo Pompanin

31/12/2009

Il risultato della nostra conversazione con don Davide Fiocco è forse qualcosa di inaspettato e un poco lontano dagli intenti primari del nostro spazio. Tuttavia i profondi pensieri e le riflessioni sulla società che ne sono emersi ci sono sembrati una buona base per poter parlare concretamente di cultura, in futuro, anche a Cortina; e così li riportiamo senza censure. A maggior ragione con il Natale alle porte.

Dunque, iniziamo. «Credo ut intelligam o intelligo ut credam? -

Credo per capire o capisco per credere?

» (Sant'Agostino). L'interrogativo non è dei più semplici.

Ritengo si debba dire sia credo ut intelligam, sia intelligo ut credam.

Soprattutto in ambito morale, la fede non intende aggiungere niente ai valori dell'uomo: è

«solo», tra virgolette, una luce che li illumina, ma i valori restano quelli universali, proprio perché ogni uomo - alla luce della fede

- è creato da Dio.

Ma la fede è indispensabile?

No! Guai se dicessimo questo, almeno in campo etico! Altrimenti arriveremmo a dire che il non credente sarebbe legittimato a calpestare i valori dell'umanità…

La fede però è un dono.

Appunto, ma il credente non può prescindere dalla sua umanità:

non potrei chiedere al non credente di comportarsi secondo l'etica, se dicessi che chi ha la fede è superiore agli altri.

Altrimenti a colui che non crede in Dio, tutto sarebbe permesso.

In campo etico, va ribadita la priorità dell'argomento di ragione.

Questa è filosofia del diritto. Ma rileggendo Dante…

Dante lasciamolo nel suo tempo;

torniamo invece al nostro tema, che mi preme di più. Il Vangelo dice: «In principio era il Verbo» (Gv 1,1): non si possono propugnare azioni contro ragione in nome della fede.

«In principio era il Verbo», e il testo greco dice «Lògos». Lògos non è solo «Verbo»; è anche «logica

», «ragione», «correttezza».

Veniamo a qualcosa di meno concettoso. La Chiesa, soprattutto nel periodo medievale, si è fatta custode della cultura.

Tale custodia è stata però controllata… operando censure, anche. La Chiesa ha conservato, d'accordo, ma ha conservato solo quello che voleva lei.

Stiamo giudicando con il senno di poi, e così è troppo comodo.

Cosa avremmo fatto noi, nel Medioevo? E cosa diranno di noi i posteri? Ritengo che sia un atto di presunzione assurgersi a giudici dei secoli passati. Non so se io, al posto di quel cardinale che non volle guardare nel telescopio di Galileo nel timore di dovergli dare ragione, lo avrei fatto. Oggi osservo il cielo e mi inchino davanti alle scoperte di Galileo, ma quattrocento anni fa come mi sarei comportato? E voi due avreste guardato nel telescopio? Le sicurezze intellettuali possedute diventano una comodità a cui non è facile rinunciare.

Mai come adesso facciamo gli avvocati del diavolo: in definitiva, qual è stato il ruolo della Chiesa in tutto ciò?

La Chiesa dell'Inquisizione è la stessa Chiesa che ha sfornato i santi; e se oggi un ecclesiastico dà scandalo, ce ne sono tanti altri nelle favelas, a Calcutta, anche qui nelle nostre valli… che danno altra prova del ministero della Chiesa.

Lo scandalo fa rumore; ma il bene si fa nel silenzio. E se vogliamo proprio fare la percentuale, credo vinca il bene.

Lasciamo l'Inquisizione e arriviamo ai giorni nostri… Ha ancora un ruolo culturale, oggi, la Chiesa?

Oggi il discorso è più complesso, ma credo proprio che, se ci fosse meno paura di un onesto confronto con la cultura laica, si potrebbe camminare di più. Io ho avuto la fortuna di frequentare un'università in cui non c'erano problemi apologetici, perché era un'università storica, a stretto contatto con le facoltà di lettere classiche di tutto il mondo: i testi dei Padri sono documenti, con i quali non c'è bisogno di difendere nulla e nessuno.

La cultura può essere usata come strumento ecumenico per avvicinare

- o fondere - identità differenti?

Non possiamo prescindere dalle Sacre Scritture: in esse l'uomo è definito a immagine di Dio: immagine di Dio sono l'aborigeno australiano, il cingalese, l'indiano, il musulmano, l'africano, l'italiano… o no?

Senza dubbio.

Dunque, se c'è un'imago Dei in ogni uomo, allora ogni cultura ha una sua dignità, e anzi la cultura che arroga a sé la superiorità sulle altre già misconosce il principio di quell'umanità che ci accomuna. Ma la filosofia non è un campo in cui mi muovo con agio…

Va bene, allora passiamo alla letteratura.

Ha presente la poesia di Ungaretti San Martino del Carso? Là dove il poeta dice: «di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto?» Ecco, ancora «identità». La Chiesa oggi ha bisogno di relazionarsi con l'esterno, o non è più migliorabile?

Sinceramente io percepisco soprattutto la voglia di asserragliarsi in se stessi. Mi piace un'immagine desunta da Buzzati:

sembriamo chiusi nella fortezza Bastiani, dove non sai da chi ti difendi, ma devi stare sempre in allerta. Questo stile di «chiusura», di vedere el dioul

ovunque e non solo a Gnoche, non è nel Vangelo: Gesù non era così! E quindi mi chiedo: è giusto che nella Chiesa si cerchino i nemici? Poi è vero, gli avversari ci sono, ma forse non quelli che vengono additati nelle pubbliche piazze.

D'altra parte, la fusione di culture ha sempre generato ricchezza.

Questo è innegabile.

Esatto. Sembrerà strano, ma un esempio è proprio dato dal Medioevo, che citavate prima.

Furono Avicenna e Averroè, due islamici, a portare in Europa la logica aristotelica; poi san Tommaso si è fatto impregnare da essa e di lì è nata l'età moderna.

Mi piace in proposito il termine coniato dal patriarca di Venezia, Angelo Scola: ha parlato di «meticciato di culture».

E perché si alimentano le paure agitando gli spauracchi degli immigrati, dei musulmani, dei terroristi (in generale di ciò che

«viene da fuori») e non si tenta di realizzare questo «meticciato»?

Credo per povertà intellettuale, per paura del confronto. E questo lo si nota anche nella Chiesa, non solo nella società «laica»:

osservo con timore questo un riflusso al preconciliare, quasi che con un po' di latinorum in più ci salveremo l'anima. La Chiesa non è opera nostra, ma del suo Signore.

Come possiamo uscire da questa situazione?

Domanda difficile… Innanzitutto non dobbiamo scambiare i mezzi con i fini. In secondo luogo, arroccandoci al nucleo centrale del Vangelo: amare Dio e amare il prossimo. Questi sono fini; tutto il resto è mezzo perfettibile e mutabile.