La pala della chiesa di San Nicolò ad Ospitale
    

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La pala della chiesa di San Nicolò ad Ospitale

Barbara Fabjan

10/08/2021

Quanto ci possono ancora parlare le opere del passato? Tanto, se le avviciniamo con le lenti di ingrandimento di una accurata ricerca. 

Così mi è accaduto per la chiesa di Ospitale e per la sua grande ancona lignea dipinta. Un senso di vertigine mi ha preso nel ritrovare una minuziosa descrizione dell’edificio compilata nel 1604, e nel vederlo quasi fotografato com’è ancora oggi, a distanza di più di quattrocento anni, conservato dalla devozione della gente ampezzana.

Allora come ora, sul piccolo altare maggiore splendeva nei suoi brillanti colori l’ancona in legno di cirmolo con le familiari figure della Madonna incoronata, assistita dalle solenni immagini di San Nicola, patrono di quei mercanti che transitavano in gran numero sulla via di Alemagna, e di San Biagio, protettore dai malanni del freddo. 

La pala a mio parere era già lì da tempo. Da quando cioè la chiesa, probabilmente danneggiata dalla furia del conflitto tra Veneziani ed Imperiali nel 1511, era stata restaurata e ampliata con l’inserimento dell’abside tardogotica, forse dai Ruopel, famiglia di costruttori carnici. A conclusione dei lavori, nel 1538 se ne celebrava infatti la riconsacrazione da parte del Vicario del Patriarca di Aquileia, come ci dicono le carte dell’archivio della Regola Alta di Lareto. Ampezzo nel frattempo era passata all’Impero. 

Il dipinto, finora poco studiato, mostra proprio i tratti di un’opera “di confine”. Esso combina in sé infatti caratteri nordici ancora gotici, come la composizione a fregio, l’aspetto delle figure, il gusto per il dettaglio minuzioso e la ricchezza delle dorature con un’ambientazione di sfondo rinascimentale, anche se marginalmente leggibile, un vano a colonne e pilastri con capitelli e cornici aperto su un brano di cielo, schermato da un drappo verde con motivi a melagrana, come in tanti esempi di pittura veneziana, diffusi anche in Cadore. Sulla mano di Maria in primo piano riluce un anello a rilievo, di sapore devozionale, come d’uso in tante opere medievali. Moderno quello attuale, a sostituzione dell’originale strappato sembra dalle truppe napoleoniche. 

E’ un quadro che vuole rendere immediatamente presenti e accessibili le benevole figure celesti alle invocazioni dei pellegrini, come mostra la bella supplica vergata in tedesco sul retro nel 1631: “A te Nostra cara Signora di Dio rivolgo la mia preghiera e confido sommamente. Che vi sia una solida fede nel mio cuore, un elmo di protezione sulla mia testa, il segno della santità [la croce] sulla mia fronte…”.

Credo che per questo dipinto, databile nei suoi tratti stilistici appunto alla prima metà del Cinquecento, siano stati proprio gli Ampezzani, nella loro affezione alla chiesa di Ospitale, e non in anni più tardi il sottocapitano tedesco della Rocca di Botestagno come creduto finora, a rivolgersi ad un pittore sudtirolese aggiornato sulle novità rinascimentali. Novità che toccano anche la cornice di legno ad edicola in cui è inserito il dipinto, purtroppo un rifacimento recente.