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LA NUOVA «STORIA D'AMPEZZO» DI GIUSEPPE RICHEBUONO

Da Erodoto a E. Carr, , un'opera che cerca un nuovo mentore che la possa portare alla definitiva versione

L'uscita della nuova edizione della Storia d'Ampezzo di Giuseppe Richebuono, per i tipi della Cooperativa di Cortina, non è di certo passata inosservata. Con l'arrivo in libreria di quest'ultima fatica editoriale del noto studioso di origini genovesi, già attivo nelle vicende pastorali di Cortina e quindi insegnante a Bressanone e a Innsbruck, il clima di aspettativa che si era creato, e non solamente in ambiente ampezzano, non è stato per nulla tradito. Dal rinnovo della grafica, all'accrescimento del corpus iconografico e documentario: insomma, quello che l'autore stesso definisce il suo opus magnum non è di certo un semplice aggiornamento dei precedenti studi (Ampezzo di Cadore.

Dal 1156 al 1335, Tipografia Vescovile Belluno 1962; Storia di Cortina d'Ampezzo, Mursia 1974, e infine la Storia d'Ampezzo, Cooperativa di Cortina 1993), bensì un'opera nuova, tanto nei contenuti - aggiornati fino alle vicende degli ultimi anni - quanto nella metodologia con la quale questi ultimi vengono proposti al pubblico dei lettori.

Dal punto di vista formale, sicuramente la nuova edizione ha guadagnato in maneggevolezza: le note a piè pagina, per esempio, in un colore diverso dal tradizionale nero, contribuiscono alla leggibilità del testo. Uniche note negative sono i numerosi refusi presenti nel testo, alcune discordanze tra le immagini e le relative didascalie, e la presenza di documenti in lingua originale ma non tradotti (scelta editoriale per non appesantire ulteriormente il volume). Ben peggiore si sarebbe rivelata, comunque, la pubblicazione di traduzioni - che sarebbero state, come sempre in questi casi, sommarie e pressappochiste - a discapito dei testi originali prevalentemente in latino e tedesco, lingue che purtroppo non tutti conoscono e sono in grado di apprezzare.

Dal punto di vista contenutistico, invece, è estremamente difficile procedere all'analisi sistematica di un'opera così poliedrica. Tuttavia, nella lettura della Storia d'Ampezzo di Richebuono (alla luce anche di quanto espresso nella scheda a fianco), certi conti sembrano non tornare. Gli insegnamenti delle Annales, la più moderna e completa scuola storiografica che non si può trascurare quando oggi si scrive di storia, non sembrano essere state assimilate e applicate, dall'autore, con la dovuta attenzione.

Spesso il condizionale che parla di desideri futuri (si dovrebbe, bisognerebbe, sarebbe opportuno che…) ha una posizione privilegiata rispetto all'indicativo che parla di passato, di storia (è successo, la tal fonte dice che…). Si prendano ad esempio le pagg. 53-54, dove si parla di glottologia: «I ladini […] dovrebbero essere fieri di appartenere alla popolazione più antica delle Alpi, rimasta fedele alla sua terra per più di 2000 anni, e stimare maggiormente la propria lingua, tramandata miracolosamente fino a noi». Tralasciando il fastidioso «miracolosamente» (se è giunto fino a noi, il ladino, non è certo per intercessione divina ma per precise e conoscibili dinamiche storiche espresse, per esempio, da Battisti e Pellegrini nei loro studi, ma evidentemente snobbate da Richebuono), in un libro che si intitola «Storia di…» non dovrebbero rientrare gli auspici di chi scrive. Che poi tutti siano d'accordo su una tale questione, nessuno lo mette in dubbio, ma non bisogna dimenticare che si sta facendo Storia e non Divinazione.

Ancora, a pagina 671, sull'italianizzazione forzata di Ampezzo, Cadore e Comelico: «Sarà quindi necessario intraprendere una delicata campagna di informazione e «ricupero»». È inutile sottolineare che, anche qui, per quanto ci si possa trovare o meno d'accordo sulla ri-ladinizzazione, certi propositi non possono entrare in un libro di storia.

E ultimo, ma non per importanza, le vicende degli ultimi anni, che rappresentano l'Appendice alla Storia d'Ampezzo, sembrano essere elaborate secondo metodi discutibili. Per quanto istituzioni fondamentali - oserei dire indispensabili - per la vita e il folklore di questo paese, è con un certo ardimento che si sono presi come punti di riferimento per questi ultimi anni solamente le Regole, il Comune, l'ULd'A, la Cassa Rurale e naturalmente la Cooperativa che ha sponsorizzato Richebuono e la pubblicazione di questa Storia d'Ampezzo. Sembra che tutto il resto sia di secondaria importanza, a dimostrazione di quanto il presente faccia fatica a conciliarsi con la storia.

E tutto ciò porta a una nuova interpretazione della Storia d'Ampezzo, che rappresenta a conti fatti il testamento di Richebuono: vi traspare, in filigrana, il desiderio che tra tutti i lettori ce ne sia almeno uno che possa raccogliere, con le dovute competenze e sulla scorta dei nuovi studi storiografici degli ultimi anni, l'eredità lasciata prima di tutto dalla Storia di Cortina d'Ampezzo del 1974 senza badare alle altre due riscritture - lavate, invece che in Arno, in acqua del Boite, se è possibile riadattare alle circostanze il noto detto - approfondendo ulteriormente la documentazione e dando un giusto peso a tutte quelle discipline senza le quali, ormai, la storia non può più definirsi tale (basti solo pensare a sociologia, geografia, statistica, economia politica, psicologia - tanto per dare una vaga idea degli ambiti connessi alla storia - per rendersi conto di come si rischi di sconfinare, prima che nella storia, nel fanatismo o nell'apologia).

In ultima istanza, considerato che, a volte, auctoritas e validità di un'opera non coincidono, avrà questa Storia d'Ampezzo più fortuna della precedente, stroncata senza mezzi termini dal Pellegrini («Non si sa per quale motivo l'autore [Richebuono, n.d.r.] abbia mutato negli ultimi anni [nella Storia d'Ampezzo del 1993, n.d.r.] il suo indirizzo scientifico a volte alterando la realtà storica»)?

 

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UN PO' DI STORIOGRAFIA PER CAPIRE AL MEGLIO L'ULTIMO RICHEBUONO

Per comprendere meglio le tesi sostenute nell'articolo, credo sia opportuno andare a disturbare qualche illustre teorico della storia, secondo una scelta sicuramente arbitraria ma che risente, in ultima analisi, di una certa influenza crociana, per analizzare l'impianto storiografico e gli ideali che si celano dietro alla nuova Storia d'Ampezzo. Questo per svariati motivi:

spesso la sfera emotiva prevale su un giudizio oggettivo, e altrettanto spesso si crede Storia quella che è semplice Apologia, magari mal fatta e mal camuffata.

Anche se la tipologia di scritto lo richiederebbe, tralascerò le indicazioni bibliografiche per ovvii motivi di leggibilità.

E il primo pensiero non può che andare a Erodoto di Alicarnasso (o di Turi, secondo un'altrettanto autorevole lezione): nel proemio delle Storie, libro di piacevolissima lettura, presenta in modo epigrammatico la sua opera: «Questa è l'esposizione che fa della sua ricerca (istoríes apódexis) Erodoto…», mettendo l'accento in particolar modo sul termine ricerca: la «storia

» è, come vuole l'etimologia, «ricerca». E il compito dello storico è proprio quello di raccogliere testimonianze, legandole insieme secondo un determinato filo conduttore: lo aveva ben capito l'altro grande storiografo greco, l'ateniese Tucidide, il quale, nel I libro delle sue Storie, a proposito delle ricerche da lui effettuate, usa il verbo syngráfein, «comporre insieme mediante la scrittura le testimonianze raccolte», secondo una felice espressione di V. Citti.

Saltando a piè pari la storiografia latina - che pure annovera tra i suoi più illustri rappresentanti uomini del calibro di Livio e Tacito - e quella medievale - fatta quasi esclusivamente di Gesta episcoporum e di Vitae sanctorum - si giunge al Machiavelli, con il quale anche gli studiosi contemporanei non hanno potuto fare a meno di confrontarsi: primo grande storiografo della letteratura italiana, il Segretario dichiara di voler risalire sino alla verità effettuale delle cose, rifiutando il tradizionale metodo deduttivo, «il partire, cioè, da principi intellettuali o fideistici sui quali ordinare, e, per così dire, modellare e giustificare la realtà contingente, considerandola solo in quanto riducibile a quei principi» (M. Pazzaglia).

Di particolare interesse è anche la concezione romantica (quand'anche Hegel possa essere definito «romantico») della storia:

una pesante accusa è riservata agli storici illuministi che, in un clima culturale e politico del tutto particolari, pretendono di condannare o assolvere fatti e avvenimenti, innalzando il loro intelletto a «giudice della storia» (G. Fornero).

E infine, dal Positivismo degli inizi del '900, si giunge al dibattito storiografico contemporaneo e all'affermazione del movimento degli Annales, una corrente di pensiero che si sviluppa intorno all'omonima rivista francese e che annovera tra i suoi sostenitori Bloch, Braudel, Le Goff, Duby, e cioè i massimi storiografi di sempre. Ad oggi, quindi, è impensabile creare una coscienza critica che possa discutere (e quindi scrivere) di storia senza confrontarsi - e alla fine sposare - le determinazioni storiografiche del movimento degli Annales. «La linea di storia e non storia è [oggi] tracciata dalla capacità di porre domande alle fonti e di rispondere in modo scientifico» (M. Mastrogregori).

Questa scientificità sembra quasi un'utopia, tanto più se si ha, come il Richebuono, l'obiettivo di fare storia su fatti recenti (e, a volte, addirittura su fatti che devono ancora avvenire ma che rispondono ai desideri intimi di chi la storia la sta scrivendo).

Basti pensare a E. Carr il quale, nelle sue Sei lezioni sulla storia, così si esprimeva: «I fatti storici non si possono minimamente paragonare a pesci allineati sul banco del pescivendolo. Piuttosto, li potremmo paragonare a pesci che nuotano in un oceano immenso e talvolta inaccessibile: e la preda dello storico dipende in parte dal caso, ma soprattutto dalla zona dell'oceano in cui egli ha deciso di pescare e dagli arnesi che adopera. Va da sé che questi due elementi dipendono a loro volta dal genere di pesci che si vuole acchiappare. In complesso, lo storico s'impadronisce del tipo di fatti che ha deciso di cercare. La storia è essenzialmente interpretazione».

Nella Storia d'Ampezzo, quindi, la maggior parte di questi che sono i capisaldi della storiografia sembrano essere messi in secondo piano: il sentimento prevale sull'oggettività storica, e quella che nel 1974 si era rivelata una discreta analisi di Cortina nel tempo oggi è stata inquinata da una metodologia storica - se così si può definire - che lascia il passo, spesso e volentieri, a considerazioni personali, poco pertinenti o addirittura fuori luogo, a commenti e sentimentalismi che troverebbero miglior posto in un romanzo di fantasia o in un'autobiografia piuttosto che in un libro di storia. L'approccio, in sé, non è assolutamente sbagliato. Anzi, il messaggio che Richebuono vuole trasmettere tramite la sua opera risponde ai desideri intimi di molte persone. Però, come è stato facilmente dimostrato, questa non è Storia, o almeno non è la Storia con la «S» maiuscola.

Poco male: quella Storia con la «S» maiuscola non perdona: ha già giudicato.

01/02/2009 - Luca Dell'Osta

Pubblicato sul giornale n. 57 - Febbraio 2009


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