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DEBBO A MARINO BIANCHI SE SONO ANCORA VIVO

Un' esperienza vissuta e raccontata in prima persona, in cordata con Marino Bianchi, la guida alpina scomparsa tragicamente quarant'anni fa

Mi recai la mattina del 2 settembre 1967, da solo al rifugio Fonda Savio, ai piedi dei Cadini di Misurina.
Vi trovai l'amico Marino in compagnia di un medico di Mirano e di un ingegnere di Mestre, in procinto di formare una cordata: meta il Cadin di nord-est. Marino mi invitò cordialmente a farne parte. Io accettai con entusiasmo e lui mi sistemò come ultimo, preceduto dal medico, dall'ingegnere e dalla bella moglie del modico. La consorte dell'ingegnere preferì restare ad attenderci nel rifugio. Senonché ad un tratto Marino Bianchi cambiò idea: il medico era alto e robusto, e perciò pensò di porlo ultimo, al mio posto. Eravamo perciò sistemati nel modo seguente: il medico, l'ingegnere, il sottoscritto, la moglie del medico e Marino, ovviamente, in testa alla cordata. Affrontammo l'arrampicata gioiosamente. Ricordo che l'ingegnere, salendo, fissava con insistenza il sedere sporgente della signora: e, a un certo punto, mi scappò detto, ridendo: «Con tanti panorami che abbiamo intorno, Lei guarda solo quello!». Eravamo, insomma, allegri e baldanzosi. Ci fermammo, dopo un' oretta, su una sporgenza ricurva: ed ecco, a un tratto, piovere dall'alto un masso, seguìto da una gragnola di sassi. Colpiti sul capo, il medico e l'ingegnere crollarono immediatamente: io mi trovai, sbalordito ed esterrefatto, legato a due morti! Di quella improvvisa sciagura scrissero tutti i giornali. Da allora, lo confesso, non sono più andato in roccia. Marino, poi, alcuni giorni dopo, mi raccontò che si accingeva ad affrontare, non ricordo dove, l'attacco di una arrampicata, insieme ad una ragazza: senonché il tratto iniziale era occupato da tre militari, con le teste protette da elmetti. In quel momento un grosso sasso, piovuto dall'alto, colpì il soldato primo in cordata sul bordo dell'elmetto che schizzò in terra, rumorosamente. «Il destino» esclamò Marino «proprio non mi vuole!». La terza volta, invece, gli fu fatale: per colpa di una donna, cui era legato! Caro Marino, ti ricordo con profondo affetto e con riconoscenza, e piango ancora la tua tragica fine. A te debbo la fortuna di essere ancora vivo, la cognizione, chiarissima e diretta, della parola «destino»! Di Marino Bianchi ha scritto ampiamente da par suo Ernesto Majoni nel suo bellissimo libro
«Il Signore delle montagne», già recensito nel nostro mensile e presentato, con grande partecipazione di pubblico e con gli interventi interessantissimi di Bepi Pellegrinon, Accademico del CAI e Loris Santomaso, Direttore di «Le Dolomiti Bellunesi», presso la Sala Apollonio di Cortina d'Ampezzo.

01/01/2010 - Roberto Pappacena

Pubblicato sul giornale n. 68 - Gennaio 2010


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