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LA PITTURA IN AMPEZZO NELLA LEGGENDA

La pittura in Ampezzo ha radici remote che Carlo Felice Wolf ha ricostruite in un suggestivo racconto a tutti noto: «La pittrice del monte Faloria». Risalendo all'epoca in cui esistevano ancora i paesi di Miljera, Fernamusino e Fernacoraso, distrutti poi da una frana, egli narra di una misteriosa fanciulla che abitava sul monte Faloria e dipingeva in modo meraviglioso.
Un giorno, accolta con ospitale cordialità dalla gente di un brite, volle ricompensare quelle persone modeste e gentili facendo di ciascuna un ritratto. «La pittura - scrive il Wolf - era sconosciuta in quel tempo agli Ampezzani: tutti furono quindi estremamente sorpresi vedendo i loro volti riprodotti sul legno e, tornati a Miljera, mostrarono ai loro compaesani i dipinti, che apparvero a tutti una cosa stupefacente. C'erano a Miljera artisti che sapevano creare preziosi gioielli e che vollero anch'essi provarsi a fare ritratti: ma non vi riuscirono, e il fallimento dei loro tentativi accrebbe l'ammirazione di tutti per l'arte della pittrice misteriosa». Successivamente, dietro le insistenze di quella buona gente, la fanciulla cominciò a dipingere un affresco su una parete della Casa del Comune, che però rimase incompiuto, finché un giovane e povero cacciatore di nome Ghedin, che aveva una discreta attitudine per la pittura, si cimentò con l'affresco interrotto e riuscì a completarlo.
Dopo varie drammatiche e magiche vicende, la pittrice del monte Faloria e il Ghedin si sposarono. «Oggi - conclude il Wolf - non c'è più traccia del villaggio di Miljera; ma il sangue dell'antica pittrice si trasmise alle genti dell'Ampezzano, e un poco ne scorreva nelle vene della povera montanara che, in una casa di Campo di Sotto, presso Cortina, diede alla luce Tiziano Vecellio: l'artista sovrano che nella sua pittura trasfuse meravigliosamente le luci e i colori delle montagne native. Fra i discendenti di Ghedin e della sua sposa ci sono anche le numerose famiglie ampezzane dei Ghedina e dei Ghedini, che hanno già dato e continuano a dare valentissimi artisti, specialmente pittori: e l'origine del loro talento risale alla loro antenata del monte Faloria».
Dal racconto di Wolf emergono alcuni particolari interessanti. Gli Ampezzani, che non conoscevano ancora la pittura, erano però esperti nell'arte dell'oreficeria e della filigrana: arte, dunque indigena e antichissima.
Alla pittura, capace di riprodurre nei ritratti i volti e l'anima delle persone, attribuivano un potere magico e misterioso trasmesso agli artisti locali dalla fanciulla del monte Faloria: e la zona è intrisa di antiche leggende, si pensi alla porta del Dio Silvano.
L'origine della pittura, fatta risalire al mitico connubio di un mortale con una semidea, sta quasi a indicare un segreto, ancestrale rapporto tra il mistero dell'ispirazione e quello delle montagne, trascoloranti al tocco della luce e alle fiammate dell'enrosadira. Ma il particolare più notevole, ricordato nella leggenda, è l'esistenza di un affresco nella Casa del Comune, che molto dové colpire la fantasia popolare, e fu senza dubbio opera di un artista sconosciuto venuto dai monti del nord, mitizzato poi nel racconto riferito dal Wolf. Sarebbe così azzardato connettere quell'affresco con quello delle Sibille? Per quanto riguarda, infine, i ritratti sui quali la leggenda insiste, è da notare che la ritrattistica è, nella pittura ampezzana, uno dei filoni più efficaci e significativi.
L'amore per la pittura, insomma, anche se venuta dopo l'arte dell'oreficeria e della filigrana, gli Ampezzani ce l'hanno nel sangue, e il Wolf ha colto con poetico intuito questo aspetto, tutt'altro che trascurabile, della civiltà di Ampezzo.

BOX INFO

Il racconto di Wolf non è pura invenzione. Scrive Amelia B. Edwards nel 1872: «Conoscendo l'impopolarità a cui è soggetto, in questi villaggi, il disegnatore all'aperto, la scrittrice a un certo momento si nascose dietro le baracche nell'intento di riprendere alcuni schizzi di costume e di ambiente; ma subito scovata e circondata, fu alquanto incerta, se continuare disinvoltamente o smettere subito. La buona gente dell'Ampezzo ha spesso dimostrato di essere aperta al nostro desiderio di fissare sulla carta una scena o
un volto caratteristico. Sono felici quando si fa il loro ritratto e continuano a girellare intorno chiedendo insistentemente di poterlo avere, attenti che nessun particolare del loro prezioso costume venga omesso».

01/08/2011 - Roberto Pappacena

Pubblicato sul giornale n. 87 - Agosto 2011


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