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JAN PALACH - QUARANT’ANNI DOPO

Jan Palach, nato a Všetaty, Cecoslovacchia di allora, nel 1948 e morto nella splendida Praga in quel di Boemia il 19 gennaio 1969, giusto quarant'anni fa: un simbolo della resistenza anti-sovietica del suo Paese, questo a soli vent'anni.

Chi era dunque questo giovane, perché e come era morto? Facciamo un salto indietro con la macchina del tempo; un flaschback come malamente siamo usi a dire in questi casi.

Tutto è legato alla «Primavera di Praga», un pezzo di storia, forse il più triste, della Cecoslovacchia che va dal 15 gennaio al 20 di agosto del 1968, allorquando l'esercito russo era coadiuvato da militari di Paesi del Patto di Varsavia, (escluse Romania e Jugoslavia), Patto che teneva uniti in alleanze politico-militari i Paesi comunisti dell'Est-Europa.

Allora si disse, dall'informazione Russa, che l'intervento era stato richiesto dalle stesse autorità boeme e sempre smentite da parole e fatti degli allora governanti: un gruppo di dirigenti politici guidati da Alexander Dubceck e che avevano iniziato un cammino dal socialismo reale, uno svincolarsi dal comunismo di stampo staliniano, verso uno «dal volto umano», come a loro piaceva definirlo; e data la Cecoslovacchia come Paese centrale di quelli del Patto, si può ben immaginare come la vedessero a Mosca, usa com'era a tenere sotto le sue ali «protettive» i Paesi del blocco comunista oltre cortina.

Ed allora alla testa del Soviet c'era un certo Leonid Breznev, come dire: una faccia, un pensiero.

Assolutismo.

I Paesi così detti democratici, sia europei che americani, avevano «accettato» lo stato di fatto: paura atomica in quel tempo di «guerra fredda» su fronti caldissimi.

La fine della Primavera di Praga, non fu cosa ben vista da molti militanti dei Partiti Comunisti europei, tanto che molti si dissolsero; in Italia, alcuni esponenti del P.C.I come Enrico Berlinguer e Giorgio Napolitano (l'attuale Presidente della Repubblica), si erano formalmente dissociati, mentre l'allora Segretario Pietro Longo, aveva «pensato bene» di sottacere ufficialmente, se non altro per la dovizia di rubli di provenienza russa che a quei tempi andavano a riempire le sempre anemiche casse del Partito.

Per ritornare al Palach, lui era uno studente di filosofia a Praga quando vide il suo Paese invaso e soggiogato dalle forze del Patto; in quel pomeriggio del 19 gennaio '69, Jan si era portato in piazza San Venceslao, nel centro della città, ai piedi della scalinata del Museo Nazionale: lì si era inzuppato gli abiti di benzina dandosi fuoco, e come torcia umana era corso per 300 metri giù, lungo la piazza laddove oggi sorge il suo monumento. Tre giorni era durata l'agonia vigile del giovane; al suo funerale furono stimate in 600mila le persone presenti, giunte da tutto il paese.

Dal rogo aveva voluto salvare, tenendola lontano dal suo corpo, una cartella con le sue lettere; tra queste, in sunto: « … Visto il nostro popolo sull'orlo della disperazione, abbiamo deciso di protestare e di svegliare le coscienze di tutti.

Il nostro è un gruppo di volontari pronti a darsi fuoco per la nostra causa. Dato che ho avuto l'onore di aver estratto il numero uno, è mio diritto scrivere la prima lettera… se non verrà tolta la censura ai media e se le nostre richieste di libertà non troveranno udienza e riscontro… dopo il 20 di gennaio ci saranno ancora fiaccole che si accenderanno…

».

Non è mai stato accertato se veramente ci fosse dietro una organizzazione di quel genere: di sicuro in seguito a quel gesto, Jan Palach era diventato per gli anticomunisti un eroe e un martire della resistenza al totalitarismo sovietico: infinite sono le strade e le piazze a lui intitolate, e non solamente nel suo paese. Anche la Chiesa Cattolica lo aveva difeso col dire che: « …qualche volta il suicidio non diviene peccato - e che - non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie la vita se il suo scopo è per un bene supremo».

Il suo gesto ebbe, sventuratamente e come annunciato, un seguito: almeno altri sette studenti, tra cui l'amico Jan Zaije, seguirono il suo terribile esempio, nel più rumoroso dei silenzi dell'informazione, soggiogata e zittita dalle forze d'invasione.

Vent'anni più tardi, veniva abbattuto il simbolo della repressione comunista: quel muro di Berlino innalzato non tanto per tener fuori, ma per tener dentro; ed i muri che detengono le persone si chiamano prigioni. Il muro era durato 28 anni di vergogna, dalla prima gettata di cemento armato (anche quello) il 13 agosto '61, alla sua ultima pietra caduta il 9 novembre '89.

Jan Palach non verrà mai a saperlo, ma forse la prima fessura su quel muro la fecero proprio lui ed i suoi amici, ad iniziare da quel 19 gennaio del 1969, quarant'anni fa.

Questa non è una storia: questa è Storia.

01/04/2009 - Antonio Alberti cuciarin

Pubblicato sul giornale n. 59 - Aprile 2009


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