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MORTE DI UN AMICO

Il ricordo di Roberto Pappacena, nell'editoriale di Ennio Rossignoli

 Lo conobbi allora, quando stavano albeggiando i Sessanta. Cortina si lustrava i freschi allori olimpici e di giorno in giorno cresceva il numero dei Grandi Residenti, affascinati dai luoghi e dagli uomini di cultura e di sport che vi si davano convegno: luci e suoni sulla scena di un'arte in cui – come voleva l'antico filosofo – l'uomo si era aggiunto alla natura.

Naturalmente la generazione di quella stagione irripetibile è andata negli anni diradandosi e oggi siamo rimasti in pochi, forse pochissimi, a poterne conservare i ricordi e raccontare l'esperienza: oggi di loro abbiamo perduto ancora chi la longevità fisica e intellettuale aveva regalato agli amici e alla storia più bella di Cortina.

Non c'è più Roberto Pappacena, indimenticabile uomo di scuola e un poeta, ricco di una sensibilità trasferita dai versi nella stessa visione della vita e dell'uomo, il superstite di un tempo in cui parlare di valori aveva ancora il senso di un richiamo a un impegno etico di serietà.

Due bravi figli, una compagna amatissima, una bella famiglia. Era rimasto solo: i figli lontani, come suole accadere, la sua Gianna mancata nel grande dolore di qualche anno fa, ma non gli era mai venuta meno la voglia di vivere, la capacità di esserci e di parlarci, il connotato di una esistenza spesa e da spendersi insieme. Sicuramente un testimone prezioso di una Cortina che non c'è più, ma a cui è giusto tributare la dolce carezza della memoria.

Negli ultimi tempi mi telefonava spesso – diceva – per sentire ancora una volta la mia voce: non lo diceva, ma io capivo che in realtà non voleva perdere il suono del tempo in cui eravamo stati compagni di grandi e magnifiche speranze.

                                              

16/10/2018 - Ennio Rossignoli


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