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Il Patrairca di Aquileia Bertrand De Saint Geniès

L'artefice dell'autonomia del Cadore e di Ampezzo

Ha avuto un notevole apprezzamento, nonostante le avversità atmosferiche, il corso voluto dalle Regole alla "Conoscenza di Ampezzo e delle sue istituzioni". Gli argomenti, dalle origini delle Regole ai primi documenti di Lerosa Viniana; dal patriarca di Aquileia che ha elargito al Cadore e ad Ampezzo l'autonomia a Massimiliano che nel 1511 l'ha confermata. Al grande prelato di origine francese, probabilmente il meno conosciuto, dedichiamo un veloce profilo. Bertrand de Saint Geniès nato nel 1260 a Montcuq, piccolo paese di 1400 abitanti nel dipartimento di Midi Pirenées (Francia), era professore dell'università di Toulouse, quando il papa Giovanni XXII lo nominò patriarca di Aquileia. Aveva 74 anni, ed in precedenza aveva svolto per il Santo padre allora esule ad Avignone, altre missioni diplomatiche in Europa. Dunque non perse tempo; e inforcato il cavallo, partì con il seguito di dignitari, per la lontanissima sede. Il patriarcato di Aquileia era allora fra i più importanti della cristianità, dopo Roma e Antiochia. Ma era pure uno Stato sovrano, voluto fin dal 1077 da Enrico IV, che lo aveva staccato dal Ducato di Carinzia per farne un cuscinetto strategico fra l'impero e la repubblica di Venezia.

Per la sua enorme estensione, e soprattutto per l'eterogeneità dei suoi sudditi, era un coacervo inquieto, attraversato perennemente da contese fra i signorotti restii a prestare ubbidienza ad un ecclesiastico.

Anche il clero risentiva di quel marasma.

Perciò il nuovo patriarca si dedicò per prima cosa a migliorarne le qualità morali indicendo un primo concilio, al quale invitò tutti i vescovi titolari o ausiliari delle diocesi a lui sottoposte. Erano diciannove, fra cui Como, Mantova, Vicenza, Belluno, Feltre, Trento, Verona e naturalmente Udine. Di concili ne farà poi altri due. Al concilio fece seguito la convocazione di un sinodo, cui ne seguiranno altri cinque, convocando tutti gli ecclesiastici, parroci, frati, giuristi, abati operanti nella sua giurisdizione. Memore poi che la cultura è sempre alla base di ogni istituzione e soprattutto del buon governo, istituì anche una nuova università a Cividale che l'imperatore Carlo IV confermerà.

Ma l'azione politica più decisa Bertrando la compì impegnandosi a ricuperare alla Chiesa di Aquileia i territori che taluni signorotti avevano, più o meno tacitamente, usurpato con la pretesa di amministrarli senza riconoscere la dipendenza dal patriarca. Fra i primi affrontò in battaglia campale Rizzardo da Camino, uno dei ribelli, il quale ferito gravemente, morì nel 1335 lasciando la vedova con tre figlie. Questo significava la fine della stirpe che aveva governato per 197 anni il Cadore. Dal canto suo Venezia aveva colto l'occasione per impadronirsi di Treviso, mentre Carlo di Boemia, auto nominatosi tutore delle minorenni, era sceso a prendersi Feltre e Belluno. I cadorini colto il momento favorevole, gli avevano mandato una commissione ad offrirgli la sudditanza "del comune et università della terra di Cadore", assieme ad un cospicuo omaggio di 2.500 lire venete. Il re aveva gradito il tributo, senza spedire nessun soldato ad occupare il Cadore. Con ciò aveva riconosciuto di fatto la loro esistenza.

Poco dopo, pressato da problemi dinastici, se n'era ritornato in Germania. In quel modo, cessata la signoria dei da Camino, i cadorini avevano "iniziato" a governarsi autonomamente. Per maggior coesione, e con l'aiuto di un giurista di Padova, avevano completato la redazione di un proprio Statuto, vero codice delle leggi in forma organica (1338). Le dieci centurie cadorine contavano circa 9.000 abitanti, quando Venezia ne aveva già 100.000, Firenze 55.000 e Londra 60.000 (così Le Goff!). Va inoltre ricordato che l'Italia era percorsa da aspirazioni a maggiori libertà e a scrollarsi di dosso i feudatari, come si studia nella cosiddetta "epoca dei Comuni".

Tuttavia è nel 1347 che il Cadore raggiunge l'autonomia amministrativa con il riconoscimento dal patriarcato di Aquileia, di cui fin dal 1077 era suddito feudale. Verso la metà di maggio Bertrando, scortato da un consistente corpo di armati, al comando di Federico Savorgnano, salì in Cadore insediandosi nel castello di Pieve.

I Cadorini avevano accolto con manifestazioni di giubilo l'ospite. I suoi armati avevano proseguito la marcia per riprendere, aiutati dai volontari di Ampezzo, il castello di Botestagno, il Patriarca s'era dedicato ai compiti connessi con la missione di vescovo.

Raccogliendo l'aspirazione delle popolazioni, che lamentavano la grande distanza dal capoluogo e i relativi disagi per frequentarla, aveva creato le parrocchie di Ampezzo, San Vito e Comelico dando loro le relative autonomie di gestione distaccandole da Pieve.

Ma il giorno fortunato per il Cadore arrivò il 31 di maggio quando Bertrando ricevette in udienza solenne una commissione composta da 54 delegati delle dieci centurie, venuti a rendergli omaggio e a sottoporgli un certo elenco di autonomie, immunitates. Le avevano messe anche per iscritto, in scriptis.
Per Ampezzo c'erano "Zanetto Costantini sindaco, Giovanni ufficiale, Zanetto da Campo responsabile della centuria, Bambanino e Giacomo oste di Acquabona". Il Pa- triarca li ascoltò benevolmente, accogliendo e confermando le loro richieste "de speciali concedimus gratia et in perpetuum confirmamus".

Le riassumiamo. Governarsi autonomamente nella fedeltà alla madre chiesa di Aquileia. Avere approvati gli Statuti e gli ordinamenti, senza tener conto delle riserve che Hengelmaro, vicario di re Carlo, aveva in precedenza sollevato. Avere la conferma del monopolio dei trasporti nel Cadore, con il sistema del ròdolo, come sino allora praticato.

Essere esentati da ogni tipo di imposta diretta, salvo i dazi doganali e i redditi delle miniere che spettavano invece al patriarcato.

Essere esentati dal servizio militare al di fuori del territorio cadorino che s'impegnavano a difendere, e in particolare i castelli di Pieve e Botestagno, in nome della chiesa di Aquileia. Infine avere la facoltà di amministrare la giustizia in loco a mezzo di un buon Vicario.

Questo decreto emesso a "Pieve di Cadore, nella nostra abitazione, l'ultimo giorno di maggio MCCCXLVII, indizione XV" viene considerato il battesimo ufficiale della comunità di Cadore. Sottoscrivendolo il Patriarca confermò ai Cadorini e agli Ampezzani quella rara ed invidiata autonomia, che avrebbero rivendicato dal Doge, fra settantatre anni (1420) al momento della dedizione alla Serenissima, e che Ampezzo godette fino alla fine del Settecento 1782 quando l'imperatore Giuseppe II emanò il nuovo codice civile e penale, valido per tutto l'impero austriaco.

In Cadore Bertrand de Saint Geniès non era mai stato prima e mai più vi sarebbe ritornato.
Alla fine di luglio 1347, lasciando la quiete del castello per fare ritorno a Udine egli andava incontro al suo amaro destino.

Alcuni nobili riottosi di Spilimbergo e Pordenone, stavano già tramando la congiura.
Il 6 giugno 1350 di ritorno da Padova, dove aveva partecipato al terzo concilio dei vescovi, giunto al guado della Rinchinvelda, pochi chilometri da Sacile egli sarebbe stato trucidato. Il suo corpo venne portato con grande devozione, e seguito di popolo, a Udine dove oggi riposa in una tomba di marmo scuro, nel duomo. Nel Cadore, che a lui deve secoli di libertà, ma pure in Ampezzo che, senza di lui non avrebbe avuto quelle autonomie che duecento anni più tardi Massimiliano avrebbe confermato, il suo nome dovrebbe vivere nel ricordo perenne. Ci sarà qualcuno che raccoglierà l'invito, programmando un monumento sul territorio, magari abbinandolo a quello di Massimiliano nel 1511 ha completato il
suo lungimirante provvedimento?

01/03/2014 - Mario Ferruccio Belli

Pubblicato sul giornale n. 118 - Marzo 2014


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