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Emergenza neve

Michele da Pozzo, direttore del Parco Naturale di Cortina d'Ampezzo

Le grandi nevicate di quest'inverno hanno causato danni nel Parco?
Da un punto di vista forestale il problema è stato creato soprattutto dall'evento del 26 dicembre, che ha causato molti schianti di piante, mentre le altre nevicate di gennaio e febbraio non hanno fatto nessun danno ulteriore. Si tratta comunque di danni relativi, perché sono tutte piante piccole e piuttosto marce; è stata una selezione naturale che prima o poi ci voleva e che non ha toccato alcuna pianta di grosso valore. Gli schianti si sono verificati in tutto il fondovalle, dai 1700 metri di quota in giù e adesso dovremo scegliere dove recuperarli e dove lasciarli: non sarà possibile ripulire tutto, costerebbe troppo; poi è bene che ogni tanto resti un po' di legno marcescente nel bosco, l'importante è che non si veda.
Probabilmente si procederà alla pulizia di una fascia di 50 metri per parte lungo tutte le strade forestali e a liberare i sentieri dove ci sono piante di traverso.Una cosa che potrà accadere e causare ulteriori danni, saranno le grosse valanghe di fondo di primavera, quando verrà caldo; quelle sì potranno causare grossi schianti, ma ancora non possiamo sapere niente.

Per quel che riguarda la fauna?
Anche sul fronte faunistico i problemi si sono presentati a bassa quota, soprattutto per i cervi, perché il loro problema maggiore è stato quello di farsi strada nella neve bagnata e pesante, mentre quelli che si trovavano più in alto, dove la neve era farinosa, se la sono cavata meglio.
Da casa ho assistito all'avanzata di un grosso gruppo di cervi in fila che, col capobranco in testa, hanno cercato per tutto il giorno di avanzare, ma la neve è salita sempre di più fino a sommergerli, erano rimaste ormai fuori solo le corna del maschio; ad un certo punto l'ultimo della fila è riuscito a girarsi e a tornare indietro e tutti l'hanno seguito mettendosi in salvo.

Ne sono morti molti?
Non lo so, è un po' difficile fare una stima adesso. A loro favore c'è il fatto che hanno potuto nutrirsi dei licheni e della scorza tenera dei moltissimi alberi che sono caduti, infatti si possono notare ovunque le cortecce rosicchiate.

Tantissime persone cercano di aiutare queste bestie, portando loro da mangiare fieno, pane, bucce e verdure, ma gli esperti dicono che è sbagliato. Come bisogna comportarsi?
Non dico che mangiare pane e cibo umido li uccida, ma più di tanto non li aiuta.
Questi animali hanno bisogno soprattutto di muoversi il meno possibile per preservare le energie. Ad esempio i caprioli se la cavano meglio dei cervi in queste circostanze, pur essendo molto più piccoli, perché se ne stanno fermi sotto agli alberi anche vari giorni e aspettano che la neve sia dura a sufficienza per non affondare. Il cervo per sua natura si muove di più, bruciando energie e rimanendo intrappolato nella neve.

Si parla sempre di cervi e caprioli, ma ci sono tanti altri animali selvatici qui; c'è qualche altra specie che patisce molto in inverni come questo?
I camosci se la cavano bene, stanno sotto ai landri fino a quando la neve non si indurisce; loro hanno più problemi con le nevicate primaverili. I carnivori non avranno problemi, quest'anno potranno godere di una grossa quantità di cibo, anzi questa potrebbe essere l'annata giusta per il passaggio di qualche orso, attratto dalle numerose carcasse che troverà in giro. Per gli uccelli nessun problema. In generale diciamo che la fauna autoctona in queste condizioni se la cava bene; l'unico a soffrire è appunto il cervo che infatti non è autoctono ma che si è stanziato qui a seguito del cambiamento climatico e dell'eccessiva pressione antropica nel suo territorio originario, attorno ai 500 metri di quota. Se i cervi percepiscono alcuni segnali se ne vanno, quest'anno evidentemente sono stati colti alla sprovvista, ma è già successo che in inverno siano spariti del tutto da qui per stanziarsi più in basso, tra Perarolo e Longarone sulla destra orografica. Quindi niente di più di una normale selezione naturale di flora e fauna... Le nostre preoccupazioni sono più che altro per quello che succederà in primavera, sia per le valanghe, sia per le frane. C'è una grossissima pressione sul terreno e un sovraccarico di acqua nella falda, potrebbe muoversi qualcosa di grosso, come ad esempio la frana delle 5 Torri o quella di Ru da Voi.

Per quel che riguarda i tracciati per chi desidera camminare? Non si riesce ad andare in nessun posto...
È una questione delicata, bisogna dirlo chiaro. Ra Stua ad esempio è off limits, perché il pomeriggio il percorso è interessato da valanghe e la mattina, quando la neve è dura, c'è il rischio di scivolare e di precipitare di sotto, perché il livello della neve supera quello della ringhiera. L'apertura invernale di malghe e rifugi non bisogna darla per scontata, è un'attività che si è sviluppata in tempi relativamente recenti, probabilmente proprio grazie alla scarsità di innevamento degli ultimi decenni. Vari tratti delle piste di fondo non sono ancora praticabili: non sono battuti né la ferrovia né Pian de Ra Spines, tratto interessato da una valanga enorme che è scesa dal Col Rosà trascinando anche piante e grandi massi. Si può andare a Croda da Lago, a Federa, alle 5 Torri, non c'è pericolo in generale dove c'è bosco; anche al Di Bona si può andare, ma con cautela. Gli altri sentieri si possono percorrere con l'attrezzatura adeguata, ma non possiamo liberarli a causa delle piante cadute.

È giustificata la richiesta dello stato di calamità?

Per quel che riguarda il Parco no, ci sono situazioni ben più gravi e la natura da sé reagisce bene. L'eccezionalità della situazione potrebbe farci ottenere che i fondi del piano di sviluppo rurale, che la Regione e la Comunità Europea stanziano per la cura dei boschi, vengano destinati maggiormente al recupero degli schianti e alla manutenzione della viabilità forestale; se ottenessimo questo per noi sarebbe sufficiente.

01/03/2014 - Alice Gaspari

Pubblicato sul giornale n. 118 - Marzo 2014

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